UN MITO ECONOMICO: IL VALORE AUTONOMIZZATO DEL DENARO
Lo studioso , saggista, critico d'arte, giornalista e docente Riccardo Notte ha pubblicato sul Secolo d'Italia un articolo, ripreso da ComeDonChisciotte [http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6880]
per presentare il libro dell'economista e filosofo francese Serge Latouche "L'invenzione dell'economia" (Bollati Boringhieri, pp. 257 pagine, € 18,00) nella traduzione di Fabrizio Grillenzoni.
Secondo Notte, in "L'invenzione dell'economia" troviamo una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall'Aristotele dell'Etica nicomachea fino alle sorprendenti radici agostiniane e gianseniste del capitalismo, passando per l'invenzione lessicale del termine "economia", per la fondazione dell'ideologia lavorista, per la costruzione di una fisica sociale, per la inevitabile distruzione del concetto di communitas per la pressione del capitale finaziario. L'ascendenza metafisica - studiata con acume in oltre i due terzi di questo arduo testo - certamente sgomenta, ma a ragione consente di parlare di una vera e propria religione dell'economia, e della sua specifica dogmatica.
Poi Notte scrive: "Ed ecco sorgere, del tutto inatteso, il confronto con René Girard, il grande antropologo e filosofo, teorico del capro espiatorio, del meccanismo persecutorio e della rivalità mimetica. Al fondo del processo economico potrebbe infatti celarsi il desiderio di approvazione degli altri, mutuato dal possesso e dall'ostentazione: forma trasversale e a-culturale di narcisismo collettivo, che si risolve nella fondazione di un autentico mito. Il mito economico, per l'appunto."
Come spesso capita, un commento di un lettore mi sembra quasi più interessante dell'articolo. Il lettore di ComeDonChisciotte "anonimomatremendo" infatti così commenta l'articolo:
"Ancora in epoca classica i Greci guardavano con sospetto alle qualità che il denaro stava acquisendo come valore autonomizzato. Nel Frammento del testo originario di "Per la critica dell'economia politica" del 1858, inserito nei Lineamenti fondamentali, Marx rammenta come Platone e Aristotele fossero contrari all'uso del denaro solo per avere altro denaro, e proponessero entrambi di usarlo solo come mezzo di misura e di circolazione, cioè nella forma "Merce - Denaro - Merce", ritenuta naturale e razionale; criticavano invece la forma "Denaro - Merce - Denaro", che Aristotele chiamava crematistica, adatta solo ai traffici per denaro e quindi innaturale. Questa critica del valore e dell'uso del denaro per l'arricchimento fine a sé stesso non poteva ancora essere intuizione per la futura formazione del Capitale, ma certamente i due filosofi avvertirono che i processi in corso, anche se ancora in embrione, avrebbero dominato l'uomo.
La resistenza dell'uomo agli effetti dell'autonomizzazione del valore la ritroviamo lungo tutta la storia, nella filosofia, nell'arte, nelle dottrine religiose, nella politica. Alcuni tentativi di conservare il lato umano dello scambio per l'uso, come la proibizione dell'usura nelle dottrine cristiana e islamica, sono stati grandiosi ma inesorabilmente sconfitti, e ogni traccia delle antiche società comunistiche, ancora presente a lungo nelle nuove società, finì per essere spazzata via dopo essere stata utilizzata per l'affermazione del nuovo. È normale che nei periodi di assestamento sociale o di strenua conservazione reazionaria gli uomini siano portati a vagheggiare epoche migliori, riproponendo rapporti sociali del passato ancora impregnati di precedenti forme di produzione, poiché li credono esenti da degenerazione e decadenza. Non è un caso che oggi, di fronte alla devastante marcia della scienza e dell'industria borghesi, si faccia strada una ideologia primitivista anti-scientifica e anti-indutriale. Finché gli uomini si limiteranno a questo, invece di demolire ogni barriera che li separa dal domani, il passato opporrà tenace resistenza, anche se il futuro avanza comunque nelle pieghe del presente (le rivoluzioni sono processi continui nei quali l'atto distruttivo verso il sistema precedente è solo un evento discontinuo, necessario, di grandissima accelerazione storica).
Vi è sempre qualche aspetto paradossale ma invariante in tutte le rivoluzioni. Il valore, per realizzarsi pienamente, deve distruggere tutti i limiti che impediscono il suo affermarsi alla scala planetaria. In altre parole deve imporsi come l'unica regola della comunità globale cui gli uomini possano far riferimento. Il pieno sviluppo della società del valore richiede una conseguente organizzazione globale, e l'unica comunità possibile diviene, al di sopra dei singoli paesi, la comunità-Capitale. A chi non si lascia abbindolare dall'esaltazione dell'individuo egoista ma guarda ai fatti e vede come realmente stanno le cose, la realtà capitalistica ultima rivela uno straordinario riproporsi della comunità. Togliete il Capitale e avrete di nuovo (specularmente e non come reazionario ritorno indietro) la specie-natura con in più le incredibili possibilità date dall'industria. È la scienza-industria che renderà possibile la nuova armonia con la natura, abbassando verso lo zero la colossale (e mortale) dissipazione termodinamica del capitalismo, offrendo i mezzi per rientrare nel ciclo energetico del Sole. Tutte le disquisizioni sullo "sviluppo sostenibile" sono pure idiozie, e come parola d'ordine paleo-ecologista lo è al massimo grado: nessuno sviluppo nel senso di crescita esponenziale, capitalismo o meno, può essere sostenibile, dato che porta a grandezze infinite entro un mondo finito."
L'autonomizzarsi del Capitale e le sue conseguenze pratiche:
http://www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/17/autonomizzazione.htm

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