19.2.10

CAMBIARE IL CAPITALISMO ?

Sul sito "ComeDonChisciotte" è apparso un brano di un recente libro di Joseph E. Stiglitz (Gary, 1943 - vivente), economista e scrittore statunitense, Nobel per l'Economia 2001. Titolo del libro: "FREEFALL: America, Free Markets, and the Sinking of the Global Economy"
Titolo del Post di ComeDonChisciotte: PERCHE’ DOBBIAMO CAMBIARE IL CAPITALISMO
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6778

Più che l'articolo, mi sembrano piuttosto interessanti i due primi commenti, il primo a firma mazzi, che scrive:
Sogna Stiglitz, sogna.--------------- I governi non possono fare niente perche' sono ectoplasma del potere economico, il capitalismo si da le regole che vuole darsi e a esclusivo suo vantaggio, pensare di poterlo cambiare vuol dire non aver capito niente o non voler capire.------------------- Si, forse usciremo anche dalla crisi, ma per poi tornarci.

Il secondo commento è a firma Tonguessy, e a mio modesto parere rappresenta esattamente la situazione:
"La grande lezione di questa crisi è che, nonostante tutti i cambiamenti degli ultimi secoli, il nostro complesso settore finanziario continua a fondarsi sulla fiducia: quando viene meno, il sistema finanziario si blocca. "
Mettere il carro davanti ai buoi è tipico degli economisti. Qui si sta confondendo la causa con l'effetto. La mancanza di fiducia è l'effetto mentre la causa principale è il mancato riconoscimento dei limiti di sistema (parlando di come gli stessi economisti vedono le cose).
Si pensa che fare soldi dai soldi sia possibile all'infinito, che l'economia sia solo di tipo monetario (Chicago boys), che il "too big to fail" sia un must applicativo solo se riferito alle banche e così via. Tutto riporta ad un semplice fatto: il nostro pianeta ha risorse finite e le crescite esponenziali avvengono in natura solo per brevi periodi. In tutti gli altri esiste la sostanziale conservazione dell'equilibrio. Ovvero l'ecosistema ha degli ottimi metodi per regolarizzare le crescite esponenziali.
Pensate alle popolazioni volpi/lepri. Sono due sinusoidi che si rincorrono, sfasate di 90°: quando le lepri abbondano e tendono alla crescita infinita allora le volpi cominciano a crescere a dismisura pure loro per via dell'abbondanza di cibo, riducendo via via la popolazione dei predati. Quando le lepri scendono sotto la soglia critica la morte per fame delle volpi ne diminuisce il numero, cosa che fa aumentare di conseguenza il numero delle lepri. E così via.
Sostituite le volpi con le volpi economiche e le lepri con i contribuenti ed il quadro non cambia: adesso siamo nel periodo in cui le volpi sono al massimo dell'espansione e pretendono di espandersi ancora, perchè così urlano i precetti del capitalismo. Ma le lepri son già abbondantemente al di sotto della soglia di attenzione, e non ne sono rimaste molte da cacciare.
La domanda che genera sfiducia: "Come faremo a continuare ad aumentare il bottino di lepri se ce ne sono sempre di meno?"
Ecco quindi il brillante premio Nobel (che, ricordiamolo, nulla ha a che fare con i Nobel classici, essendo stato CREATO AD HOC dalla banca centrale svedese) affermare che la fiducia è venuta meno.
Certo, ma tra gli economisti-volpi. Tra noi lepri non c'è mai stata fiducia nelle volpi.


Aggiungo anche il terzo commento, a firma AlbertoConti:
"La domanda è: approfitteremo dell'opportunità per ridar vigore al principio di equilibrio tra mercato e stato, tra individualismo e comunità, tra uomo e natura, tra fine e mezzi?" Qui è contenuta un'ammissione importantissima, non certo limitata al pensiero dell'autore ed al suo atteggiamento "pentito". E' l'ammissione che l'economia è indissolubilmente legata alla conduzione del sistema statale, per leggero che lo si voglia rappresentare e per pesante che sia la componente "privata", cioè sottratta dalle disponibilità della collettività. Anche il fatto che l'autore abbia necessariamente un punto di vista distorto dall'americacentrismo, che rende bestemmia parlare di "equilibrio tra uomo e natura" (quale uomo? il 5% dell'umanità che spreme il pianeta come un limone?), nulla toglie alla valenza universale del principio messo in discussione, il rapporto economia-stato. Non ci può essere alcun capitalismo, per esasperato che sia, senza la complicità attiva dello stato. Questa crisi ne è la dimostrazione lampante, meravigliarsi che sia stata affrontata (e risolta?) col solito trucco di socializzare le perdite è pura ipocrisia. Bisogna al contrario riconoscere che questa è la regola di base del "capitalismo", inteso liberisticamente (altra colossale ipocrisia). L'europa dei tedeschi è molto più "socialista" ma non fa eccezione, fa pagare comunque il conto alla collettività proteggendo la minoranza degli squali responsabili degli squilibri economici. La gestione del sistema monetario è il cuore tecnico di questa ipocrisia volutamente irrisolta e culturalmente occultata. "Il problema politico è in fondo un problema di soldi: chi contrae il debito? Chi lo paga e lo garantisce? Come vengono distribuite le risorse raccolte con questi bond?" Queste sono parole di Alberto Giovannini, definito come "un agente chiave del sistemo Euro", un tecnico capo-squalo per intenderci. Nel parlare del problema dei debiti-sovrani che rischiano di mandare in default il bel giochino monetario vigente, dice molto oltre le sue stesse intenzioni, sfiorando la verità, basta saper interpretare le parole nel modo più ovvio. Chi fa che cosa, il gioco dei ruoli, il trucco di questo capitalismo truffaldino per rubare ai poveri e consolidare il capitale che controlla il mondo. No Stato, no party.